Il dolore è un campanello d’allarme che avverte l’anima di un pericolo imminente…
Cartesio
 

Il dolore cronico, la sofferenza, il tormento.

La camera è immersa nell’oscurità. Dalla finestra chiusa filtra un sottilissimo raggio di sole;  quella lama di luce mi trafigge il cervello come un coltello incandescente  mentre il  dolore pulsa da ore nella mia testa, ritmicamente. Non ho scampo. Lo osservo dilatarsi come una lingua di fuoco che mi lascia senza forze e senza fiato.  Sento da lontano le voci dei miei bambini. Io sono qui, in un altro spazio, in un altro mondo, sola e lontana da tutto e da tutti… io non ci sono.

Soffro di dolore cronico…

Soffro di dolore cronico da oltre trent’anni. È iniziato con il dolore emicranico, un dolore oltre la comprensione umana, invalidante fino all’arrivo  sul mercato dei benedetti triptani…  È continuato con una brutta frattura alla spalla le cui complicanze mi stanno erodendo l’omero dolorosamente  giorno dopo giorno, e continua ad oggi con il dolore articolare conseguenza di una malattia autoimmune. Insomma, non mi faccio mancare niente!

Il  mio corpo prova l’esperienza del dolore e il mio cervello la elabora, ma l’esperienza non si limita a uno stimolo nocicettivo (dolorifico). Il dolore fisico controlla ed è controllato anche dalle emozioni, dalle aspettative, dal supporto sociale, dall’amore, dalla fiducia, dalla speranza e da tanto altro ancora.

Nella mia esperienza, le nuvole che corrono sul mare, il profumo di rosmarino e i merli che si corteggiano tra le fronde sono potenti antidolorifici. Non scherzo.  Io provo dolore, ma non sono il mio dolore.

L’errore di fondo

L’errore che la medicina occidentale ha per decenni coltivato, è stato quello di considerare il dolore unicamente nella sua dimensione fisica.

Questa visione meccanicistica dell’essere umano ha ostacolato, per lungo tempo, ogni tentativo di alleviare la sofferenza vista nella sua dimensione globale. Il dolore, infatti,  è un’esperienza soggettiva paragonabile ad un prisma che  riflette una molteplicità di aspetti i quali coinvolgono la persona da un punto di vista esteriore ed interiore, individuale e sociale.

La ricerca degli ultimi decenni ha infatti dimostrato come il dolore fisico e quello emozionale seguano dei pattern neurali simili tra loro. Infatti, due specifiche aree del cervello, l’insula anteriore e la corteccia cingolata, vengono attivate quando l’individuo vive l’esperienza del dolore fisico, ma le stesse aree sono attive nell’esperienza dell’ isolamento sociale o quando, come avvenuto in un esperimento, vengono fatte vedere al soggetto partecipante fotografie che rimandano a dolori emotivi del passato.

Quando si soffre, la sofferenza si irradia fino a coprire non solo il presente dell’individuo, ma anche il suo futuro e quello della rete sociale che lo affianca.

Non solo, l’intera prospettiva di vita viene messa in discussione.

Le 4 facce del dolore: transitorio, acuto, persistente e cronico

Come molti di noi possono testimoniare, non tutto il dolore è uguale. Esistono  due tipi principali di segnalazione del dolore; il primo è molto rapido mentre il secondo è più lento, ma se vogliamo essere precisi, è possibili identificare quattro diversi tipi di dolore:

Il dolore transitorio

Parliamo di dolore transitorio quando vengono attivati i nocicettori, quei corpuscoli deputati alla trasmissione degli stimoli dolorosi, senza avere un danno dei tessuti. Il dolore scompare quando lo stimolo cessa; un tipico esempio di dolore transitorio è quello che si prova quando si riceve un pizzicotto.

Il dolore acuto

Il dolore acuto è generalmente di breve durata; inizia rapidamente e rappresenta il ‘sintomo’ di una lesione o di una degenerazione organica. Nel dolore acuto, per effetto di una causa esterna o interna, si determina un’ attivazione fisiologica dei nocicettori.  L’approccio terapeutico corretto è quello di curare la malattia a monte e di mitigare i dolori con strumenti adatti al dolore acuto.

Il dolore acuto può essere attribuibile a numerose circostanze, tra le quali, ad esempio, un’operazione chirurgica, un trauma osseo, tagli o bruciature, problemi dentali, o il dolore legato al travaglio del parto. Il dolore acuto può essere poco intenso e durare per un tempo molto breve, oppure avere un livello di intensità molto elevato e perdurare per settimane o persino mesi. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, il dolore acuto non supera i sei mesi e scompare quando la causa scatenante è stata rimossa.

Il dolore persistente

Il dolore persistente è dovuto alla permanenza dello stimolo nocicettivo o della nocicezione. Questo tipo di dolore è stato definito anche come “ongoing acute pain”, (dolore acuto continuo) definizione che sottolinea come il dolore mantenga le caratteristiche del dolore acuto e debba essere distinto dal dolore cronico.

Un esempio è il dolore da coxartrosi, una patologia degenerativa della cartilagine dell’anca, dove la persistenza della lesione anatomica giustifica il ripresentarsi del dolore ad ogni movimento dell’articolazione dell’anca. Un altro esempio è il dolore associato alle malattie neoplastiche, dove la causa del dolore continua ad essere operante.

Il dolore cronico

Se il dolore persiste senza una ragione, se la condizione patologica che causa il dolore non può essere risolta, o se la presenza continua del dolore determina una catena di depressione, ansia e disturbi emotivi, allora si parla di dolore cronico. In questo caso, lo stimolo dolorifico diventa inutile e deve perciò essere trattato tempestivamente e nel modo più efficace possibile. Il dolore cronico è spesso associato a cefalee, emicranie, lombalgia (mal di schiena), artrite, fibromialgia. Gli effetti fisici del dolore cronico includono tensione muscolare, scarsa energia e modifiche dell’appetito, del sonno o della libido. Gli effetti emotivi possono includere depressione, ansia e paura infondata.

Se il dolore totale è stato per anni identificato con il dolore e la sofferenza del fine vita, esiste una dimensione del dolore cronico che erode la qualità di vita della persona, arrecando sofferenza e stress e che , se correttamente affrontata in una dimensione multidisciplinare, può portare ad una ‘felice’, benché complessa convivenza con la fatica della malattia.  Parlare di dolore è dunque riduttivo, perché molti sono gli aspetti della nostra vita toccati dall’esperienza del dolore: vediamoli insieme.

Dolore fisico

Questa è la parte più ‘superficiale’ e immediata del dolore, quella che si manifesta con violenza e sulla quale si concentrano la maggior parte degli sforzi degli specialisti. L’elemento primario è costituito dalla sensazione dolorifica (nocicezione). A questo elemento fondamentale si aggiungono poi i sintomi fisici delle diverse patologie, la stanchezza cronica, l’insonnia, l’invalidità o la necessità di rimanere a letto per lunghi periodi di tempo e gli effetti collaterali delle terapie alle quali il paziente si sottopone.

Dolore socio-economico

Benché non sia forse il primo aspetto che ci venga alla mente, la componente socio-economica legata al dolore cronico è un aspetto importante dell’esperienza dolorosa e le sue conseguenze possono essere disastrose per la persona.

Molto spesso, una malattia cronica caratterizzata da elevati livelli di dolore comporta una modifica obbligatoria della propria condizione lavorativa, spesso associata ad una perdita economica che sovente coincide con una perdita di potere e di status sociale.

A questa situazione si aggiungono i costi, spesso elevati, delle terapie e le difficoltà di tipo burocratico (prenotazione esami, richieste invalidità, ecc). Questa situazione diventa particolarmente dolorosa quando in famiglia vi sono figli piccoli e la persona malata è l’unica responsabile del benessere economico dei propri cari.

Dolore psicologico

Quando il dolore insorge, non arriva mai da solo, ma è sempre accompagnato da una gamma estremamente ampia di emozioni che vengono vissute da ogni persona soggettivamente, sulla base dei propri stati emotivi e sull’onda delle proprie esperienze passate. La paura è spesso l’emozione primaria, collegata al timore del ricovero, dell’invalidità fisica, della perdita di identità e della salute. Inoltre, nessun essere umano vuole soffrire ed il dolore rappresenta, in questo senso, il nostro timore più grande.

A questo si aggiunge la collera che deriva dalla difficoltà di reperire velocemente gli operatori sanitari, la delusione collegata al fallimento terapeutico e la frustrazione nei contatti con medici e professionisti che spesso negano la comunicazione o che  non vengono sentiti come sufficientemente solidali ed empatici.

A questa situazione così psicologicamente impegnativa, spesso si aggiunge la solitudine: amici e parenti provano imbarazzo e preferiscono sovente defilarsi; le visite e le telefonate man mano diminuiscono e la persona si ritrova sola. Se a tutto questo aggiungiamo le alterazioni dell’aspetto che accompagnano frequentemente la malattia cronica, possiamo facilmente capire come sia facile, per la depressione e l’ansia, trovare terreno fertile di crescita…

Dolore esistenziale e spirituale

La malattia e il dolore che l’accompagna ci ricordano che siamo fragili e che la nostra esistenza è effimera. Questa realizzazione comporta, per molti, una profonda inquietudine spirituale.

L’incertezza riguardo al futuro, la messa in discussione di alcuni valori etici, la paura della morte, della perdita di dignità  e della sofferenza che accompagna il percorso finale del nostro viaggio possono segnare profondamente l’animo di una persona e, se nulla viene fatto, trasformarsi in disperazione.

Ricordiamo che il dolore spirituale è sentito da chiunque, indipendentemente dal fatto che egli abbia o meno un credo religioso, anche se la mancanza di una visione più ampia del senso della vita rende sicuramente più doloroso il cammino verso una serena accettazione della propria condizione fisica.

Dolore utile ed inutile

Per fortuna proviamo dolore… il ruolo primario del nostro dolore è infatti quello di sentinella che ci avverte e difende da possibili pericoli. Tuttavia, è necessario distinguere tra dolore utile e inutile.

Quando la sensazione dolorosa svolge il ruolo di sintomo, il nostro organismo viene allertato dell’esistenza di uno stimolo pericoloso proprio attraverso il meccanismo del dolore acuto. Se in questa fase sopprimessimo il dolore, elimineremmo un sintomo prezioso e rischieremmo non solo di non identificare correttamente il problema, ma anche di peggiorare ulteriormente la situazione con conseguenze disastrose.

Quando però il dolore ci ha permesso di identificare la malattia che ne è la causa, allora la sua preziosa funzione di sintomo si esaurisce e la sensazione dolorosa si trasforma essa stessa in malattia. In questo caso, il dolore non solo diventa inutile, ma si trasforma in un evento dannoso, perché viene ad attivare una serie di reazioni a livello neurovegetativo (coinvolgendo il sistema respiratorio, cardiocircolatorio, ormonale, ecc.) tali da incidere negativamente sul nostro stato di salute.

È questo dolore inutile che dobbiamo affrontare ed eliminare.

Da un punto di vista psicologico, esistono interventi efficaci di tipo cognitivo-comportamentale basati sulla Mindfulness per i malati affetti da dolore cronico. I percorsi di consapevolezza Corpo-Mente possono aiutare le persone a sviluppare una relazione diversa con il proprio dolore, di osservazione piuttosto che di identificazione. Di questo parleremo in uno dei prossimi post.

Buona vita.

Bibliografia
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