(Ovvero: come smettere di vendere l’anima al diavolo per piacere a tutti)
Sono cresciuta in una famiglia povera che cercava il riscatto. Ho dovuto sempre fare bene, fare meglio, ma niente sembrava mai abbastanza per mia madre. Finché, senza che me ne accorgessi, niente è diventato mai abbastanza per me.
La delusione ha iniziato ad essermi compagna. Mi seguiva ovunque, si impadroniva di ogni luogo occupato della mia vita. Era un fantasma molto reale. Sino al giorno in cui ho deciso che le cose potevano essere diversamente. Che io potevo cambiare la mia mente e la mia relazione con me stessa e con gli altri. Che non avevo sempre bisogno di fare tutti felici. È stato un momento profondamente liberatorio.
Ancora oggi, però, viviamo in una cultura che premia la performance, l’efficienza, l’adattabilità.
Essere apprezzati è diventato quasi sinonimo di esistere.
Ma a quale costo?
Spesso ci scopriamo a dire sì con il corpo stanco, a sorridere con la mente vuota, a partecipare con il cuore assente. Perché, tutto questo?
Per non deludere.
Per non essere etichettati come difficili, fragili, poco professionali. Deboli mollaccioni.
Perché in fondo, abbiamo imparato che deludere è un fallimento.
E se non fosse così?
Il cervello della paura sociale
Le neuroscienze ci dicono che la paura di deludere non è solo psicologica, ma attiva le stesse aree cerebrali del dolore fisico (Eisenberger et al., 2003). Può manifestarsi sotto forma di atelofobia – paura dell’imperfezione, timore di non essere all’altezza; oppure di quella che viene chiamata atichefobia – la paura pervasiva del fallimento.
Entrambi questi aspetti cognitivi possono bloccarsi, renderci paurosi, interrompere il nostro slancio produttivo e creativo. Le conseguenze? Ansia, depressione, procrastinazione.
Deludere, soprattutto chi amiamo o chi stimiamo, o anche noi stessi, può farci male davvero.
Ma proprio per questo, imparare a restare presenti anche nel disagio della delusione è un atto rivoluzionario. Un atto di libertà.
Dharma Therapy e l’arte di non compiacere nessuno (neanche noi stessi)
Nella psicologia cognitiva contemplativa laica, uno degli ostacoli principali è il “desiderio di approvazione”.
Un desiderio che ci svuota, ci deforma, ci separa dalla verità del momento.
Gli insegnamenti mentali della dharma therapy ci ricordano che non siamo qui per piacere a tutti.
Siamo qui per essere liberi.
E la libertà implica anche il rischio di essere fraintesi, respinti, non all’altezza delle aspettative altrui.
Deludere per non tradirsi. Onestà radicale.
A volte, dire “no” con chiarezza è il più grande atto di amore verso sé stessi.
Non è egoismo.
È onestà radicale.
È dire: “Mi dispiace se ti deludo, ma oggi non posso farlo a scapito di me.”
Mini pratica per tutti noi – Chi potrei deludere oggi (senza tradirmi)?
Chiudi gli occhi.
Porta l’attenzione al respiro.
E poi chiediti:
- A chi sto cercando di piacere a ogni costo?
- Quale parte di me sto zittendo per non deludere?
- Se oggi potessi deludere qualcuno, chi sarebbe… e cosa potrei recuperare di me in cambio?
Scrivilo. Non correggere. Solo ascolta.


