La dignità del morire

“Ogni anima è un universo di dignità infinita..”

(Anonimo) 

La dignità del morire è un argomento ricco di forma e di sostanza. Forma, perché la dignità ha una sua forma apparente: un letto pulito e accogliente, i farmaci più appropriati a lenire il dolore e l’affanno, un’assistenza continua e ad alta professionalità possono dare, agli occhi di molti, un significato dignitoso alle fasi finali del nostro percorso terreno. Esiste però anche la sostanza della dignità che va ricercata nella visione più intima del vivere e del morire. Cosa è più dignitoso: il malato accudito con professionalità seguendo le direttive più aggiornate in merito di cure palliative in uno dei nostri ospedali, o il malato accudito sul nudo pavimento a Nirmal Hriday, la casa del Cuore Puro fondata nel 1952 da Madre Teresa  a Calcutta? La dignità deve essere ricercata nella soddisfazione di quali bisogni? La dignità della morte è legata alla qualità della vita? La dignità è una condizione soggettiva oppure oggettiva? Cosa ci rende degni o indegni di vivere?

Quante domande che spesso non ci facciamo, quanti pensieri che rimandiamo ad altra data, altri momenti. Dignità nella vita, dignità nella morte. Dignità è un termine astratto  che deriva dal latino dignus – meritevole. La dignità umana viene definita dal dizionario Treccani come la condizione di nobiltà ontologica e morale in cui l’uomo è posto dalla sua natura umana, e insieme il rispetto che per tale condizione gli è dovuto e che egli deve a se stesso. Ogni essere umano è quindi tutelato dal diritto e dai principi di uguaglianza e non discriminazione proprio in virtù del valore intrinseco della sua dignità. L’uomo trova posto nella vita non come mezzo ma come fine ultimo di un progetto unico e irripetibile nella propria singolarità: non semplice macchina, ma organismo e organizzazione in continua trasformazione che deve vedere mantenuta e riconosciuta la propria piena e non frammentabile unicità sino al termine del proprio percorso biologico.

Cosa ci rende dunque meritevoli di vivere bene e di morire bene?

Credo che in questo concetto si fondi intimamente la visione del nostro sé e la visione di noi stessi che ci viene riflessa dal mondo circostante. Quando la malattia ci toglie autonomia, bellezza, capacità, quando il dolore ci toglie le maschere e ci troviamo nudi di fronte all’altro, lì, lungo quel filo invisibile, corre il confine tra degno e indegno, meritevole e immeritevole. Se lo sguardo di chi ci è vicino riflette imbarazzo per la nostra condizione, sollievo per non essere nei nostri panni e paura di poter, un giorno, giacere nel nostro stesso letto, allora sentiremo forte  e dolorosa la mancanza di dignità e onore. Ma se lo sguardo di chi ci accompagna ci accarezzerà il corpo in una totale accettazione di chi siamo, riconoscendo, oltre alle apparenze, la nostra comune essenza immutabile e divina, allora sì, che avremo onore e dignità di uomini.

La sofferenza, così come la felicità, è soggetta a continui cambiamenti. C’è una sofferenza fisica legata all’elemento corporeo della nostra vita, che lentamente si disgrega e scompare, rendendoci irriconoscibili anche agli occhi di chi ci ha sempre amato, e c’è una sofferenza incorporea, mentale, spirituale che nessun farmaco, nessun medico potrà mai curare. È la sofferenza di chi è solo, di chi non ama, di chi non è amato,  di chi muore senza una visione della vita, senza speranze, senza luce.

Qualche tempo fa parlai con la signora Aurora, un’ospite dell’hospice di Trieste. Aveva trovato un piccolo scorpione in bagno e si era molto spaventata. Le suggerii che forse anche il piccolo insetto aveva provato paura trovandosela davanti e lei si mise improvvisamente a ridere, una risata grande su quel corpo minuto, sempre più piccolo… ecco, credo che la dignità sia una cosa sola, e stia nel riconoscersi e nel vedersi riconoscere dagli altri la propria preziosa unicità di vita, finché vita c’è, finché il cuore batte, finché c’è presenza, nostra e altrui.

Ho visto dignità rispettata entrando nella stanza di un hospice, dopo la morte di un paziente. Le due infermiere avevano lavato il corpo, coperto il volto della persona con un lenzuolo. Acceso una candela sul comodino. Si muovevano con cautela, parlando a voce bassa. Vi era, nella stanza, un’energia serena, presente, viva. La dignità della morte si rivela nella vita di chi muore ma anche in quella di chi continua a vivere e a ricordare. Con le parole di Tolstoi, “Noi moriamo soltanto quando non riusciamo a mettere radice in altri”. La dignità di una morte corrisponde alla dignità di una vita a cui è stato permesso di “essere” libera, imperfetta e grande come una molecola d’acqua che viaggia tra cielo e mare in equilibrio tra due mondi solo apparentemente diversi.

STORIA DI GITANA

Questa è Gitana AKA Ananas, la mia super-meravigliosa amica pelosa che vive nella nostra famiglia da novembre. Una meticciona anziana, di 13 anni su per giù, sicuramente giocatrice di rugby in una vita precedente, dolcissima, discreta, paziente, zen,  appassionata di panettone e  di coccole che esige senza alcuna vergogna alzando  la zampa più lunga come Superman (ne ha 4 di lunghezze diverse, le posteriori più corte di quelle anteriori).

Gitana è il primo cane parlante che ho avuto, esprime le sue emozioni con suoni diversi, racconta lunghe storie, forse canta… quando entro in casa, giurerei che mi dice CIAO! È  arrivata da noi in novembre dal Sentiero di Ares, un posto meraviglioso che accoglie cani e anziani e in fine vita, un luogo magico  pieno di cuori danzanti insieme a Misha, la mamma di quegli animali che  hanno un piccolo futuro ancora da vivere, e che meritano di viverlo meglio del proprio passato. E che devono vedere il mare, prima di partire per un altro viaggio.

Gitana ha un mastocitoma inoperabile. È sempre più stanca, ma ancora i suoi occhi color foglie autunnali mi guardano intensi e mi insegnano a vivere, ogni giorno, con quello che ho.

Gitana è una meticcia vissuta per una vita intera, prima di approdare al Sentiero di Ares, senza neppure un nome  in un canile lontanissimo da qui con centinaia di altri cani, senza una carezza; ma Gitana mi sta insegnando nuove cose sulla vita. A lei dedico il mio post sulla dignità del morire.

Bibliografia
Frank Ostaseski (2006). Saper accompagnare. Aiutare gli altri e se stessi ad affrontare la morte. Mondadori editore

 

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