“Accogli tutto, senza respingere nulla.”
F. Ostaseski

La meditazione non è una cura miracolosa. Ho iniziato a meditare a 15 anni, sulla scia della passione per lo yoga, una disciplina fino a quel momento pressoché sconosciuta in occidente. I miei periodi di meditazione erano brevi, un po’ confusi.

Seduta sul tappeto blu della mia camera, respiravo cercando di raggiungere  un qualche stato di benessere mentale assoluto, la pace interiore, l’amore per il mondo, qualcosa che mi portasse via i problemi dell’adolescenza, la paura del futuro, la fatica del presente nella mia famiglia problematica. In fondo, ero una visionaria già allora.

“Cosa stai facendo?”, mi chiedeva mia madre, stupita da tutto il mio intrecciarsi di gambe, di braccia e da quel silenzio che a volte durava un’ora intera. Lei chiamava lo yoga “gioga”, pensava di sicuro che fossi strana, figlia degli anni ’70 dei capelli lunghi e dei pantaloni a zampa di elefante, e in effetti un po’ di ragione la aveva.

Finita la mia sessione di meditazione, tornavo alle mie paure, alle emozioni altalenanti, alla vita normale, insomma. Non avevo capito, allora, di come la meditazione potesse servire a costruire una consapevolezza mentale e una stabilità tra il dentro e il fuori, una fluidità tra cuore e mente, uno spazio immenso in cui stare, riposare, crescere, amare. In fondo, avevo solo 15 anni.

Nel tempo mi sono resa conto di come molte persone siano  convinte che la meditazione sia un elisir miracoloso, una specie di Kickapoo Indian Cough Syrup  del vecchio Far West. Siedi, chiudi gli occhi e mediti per un periodo di tempo abbastanza lungo per farti pensare di essere arrivato da qualche parte, di aver capito il senso della vita, di essere guarito dai tuoi attaccamenti, di essere libero.

La meditazione è un importante strumento di consapevolezza, ma non è farmaco miracoloso. Meditare non produce miracoli, non ci porta su un tappeto volante nella terra incantata dove tutti sono felici.

La meditazione è  una pratica millenaria che appartiene trasversalmente e da sempre a una serie di processi culturali, psicologici e spirituali che facilitano la nostra capacità di stare nel tutto, accogliendo tutto. È preziosa, accessibile a tutti, anche se, giustamente, da utilizzare con le dovute cautele.

Personalmente, la trovo uno strumento vitale e autentico nella sua semplicità; è la chiave per comprendere, per attivare, per vivere pienamente la propria vita. È lo strumento per affrontare con grazia e consapevolezza il fine vita, nostro e degli altri.

Succede spesso, tuttavia,  che il nostro bisogno di cambiare ci porti a far sedere tutte le nostre aspettative insieme a noi sul cuscino, o sulla sedia, rendendo piccolo e angusto ciò che è, di suo, uno spazio infinito. La meditazione ci insegna questo, ad accogliere ciò che siamo noi e ciò che è la vita così come l’esperienza si dispiega, senza togliere o aumentare, senza cambiare. Osservare, accogliendo. Osservare, amando.

Chi pratica la meditazione, anche da anni, può vivere l’esperienza in modo diverso dagli altri. La meta è comune, le strade differiscono, a volte divergono. L’importante, come sempre, è portare consapevolezza e osservare con saggezza e compassione. Si aprirà uno spazio grande, in cui far pascolare i nostri pensieri…

Condivido oggi qui, nella nostra tribù,  il pensiero di Frank Ostaseski, fondatore del Metta Institute e co-fondatore dello Zen Hospice Project, il primo hospice buddhista negli Stati Uniti, capostipite di una serie di strutture simili negli Stati Uniti e in Europa. Ve lo propongo prima in originale e tradotto a seguire da me; ho cercato di conservare e rispettare il suo pensiero.

Frank è un maestro di grande saggezza, delicatezza e realismo. È un amico di lunga data, un onore e un piacere averlo incontrato. Mi ha insegnato molto nell’ambito della morte e del morire, ma anche della vita e del vivere. Frank è infatti anche un maestro di vita, ironico e pragmatico. Il suo pensiero sulla pratica meditativa è semplice e preciso. Credo potrà essere utile a molti.

Frank dice:

Meditation is not a cure-all. Even when we practice mindfulness regularly, we can be insightful about certain aspects of our lives and blind to others.

 I know experienced meditators who are highly attuned to their bodies, but out of touch with their emotional lives. I know others who understand the mind, but completely ignore their bodies. I can think of longtime practitioners who are able to sit in silence for days, but have limited interpersonal skills. Still others have a universal love for all beings, but are unable to love themselves or others in a personal way.

Idealism is one of the occupational hazards of the spiritual path. It can be the death of any practice. Sometimes, we create and hold too tightly to a spiritual ideal or vision of where we think we should be, …. then use that idea to not be where we are.

 The personality believes we have to make something happen. There are problems to be solved!

 In Buddhist circles, we often say, “Meditation doesn’t solve your problems; it dissolves them.” Our minds are wild. We don’t tame them by trying to stop our thoughts, by repressing our emotions, or even by resolving our problems. We have a lot less control over life than we imagined.

This past week my friend Lee died. He was a dedicated Zen priest. That morning he wanted us to read him some passages from “Zen Mind Beginner’s Mind.”  I chose Suzuki Roshi’s very kind meditation instruction, “To give your sheep or cow a large, spacious meadow is the way to control him.”. Lee nodded his head in agreement… “that is the best instruction.”

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“La meditazione non è una cura miracolosa. Anche quando pratichiamo regolarmente la consapevolezza, possiamo essere perspicaci nel comprendere alcuni aspetti della nostra vita ed essere completamente ciechi  nei confronti di  altri.

Conosco meditatori con lunghi anni di esperienza alle spalle che vivono in perfetta sintonia con i loro corpi, ma sono completamente separati dalle loro vite emotive. Ne conosco altri che comprendono la mente, ma ignorano completamente il proprio corpo.

Mi vengono in mente praticanti di grande esperienza in grado di rimanere seduti in silenzio per giorni, ma che hanno limitate capacità di relazione interpersonale. Altri ancora provano un sincero amore universale per tutti gli esseri viventi, ma sono incapaci di amare intimamente  se stessi o gli altri.

L’idealismo è uno dei rischi professionali  di ogni percorso spirituale. Può rappresentare la morte di ogni pratica. Talvolta, creiamo e ci attacchiamo in maniera troppo forte a un ideale spirituale o alla visione di dove pensiamo dovremmo essere… e quindi usiamo l’idea di non essere lì dove siamo.

La personalità crede che sia necessario fare succedere qualcosa. Ci sono problemi da risolvere!

Nei circoli Buddisti, spesso diciamo “La meditazione non risolve i problemi, li dissolve”. Abbiamo menti indisciplinate. Non potremo mai addomesticarle tentando di fermare i nostri pensieri, reprimendo le nostre emozioni, nemmeno risolvendo i nostri problemi. Abbiamo molto meno controllo sulle nostre vite di quando possiamo immaginare.

La settimana scorsa è morto il mio amico Lee. Era un monaco Zen molto devoto. Quella mattina ci aveva chiesto di leggergli alcuni passaggi tratti dal libro “Mente zen, mente di principiante”.  Scelsi le istruzioni molto gentili di Suzuki Roshi “Dare alla tua pecora o alla tua mucca un prato ampio e spazioso è il modo giusto di controllarla”. Lee annuì… “questa è l’istruzione migliore”.

F. Ostaseski

Grazie, Frank. Oggi torno al mio prato 😊

Bibliografia
Ostaseski F. (2017) I cinque inviti. Mondadori
Ostaseski F. (2006). Saper accompagnare. Aiutare gli altri e se stessi ad affrontare la morte. Mondadori
Shunryu Suzuki-Roshi (1978). Mente zen, mente di principiante. Conversazioni sulla meditazione e la pratica zen. Ubaldini Editore – Roma
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