Ama la gente e faglielo capire
Robert Capa

Capita, nella vita, di fare incontri interessanti. Sul lavoro, in treno, alla fermata di un autobus, in una chiesa, in una piazza, ovunque. Si incontrano persone che, a volte, rimarranno con noi per sempre, segnando con le loro impronte la nostra mente e il nostro cuore. Altre volte, saranno incontri fugaci, di sguardi, sorrisi, gesti, parole, che comunque ricorderemo come fossero stampati: fotografie di istanti.

Ieri, ho incontrato Inge Morath a Treviso, alla Casa dei Carraresi. Lei fisicamente non c’era, non c’è più. Ma la retrospettiva sulla sua vita e sul suo lavoro di fotografa, giornalista, poliglotta, curiosa del mondo esteriore e attenta osservatrice dei paesaggi interiori mi ha  incantata. Complice anche la giornata di sole e una Treviso più bella ancora di quanto la ricordassi.

Ti fidi dei tuoi occhi e non puoi fare a meno di mettere a nudo la tua anima“, diceva Inge. Il suo è un viaggio attraverso molti continenti; un viaggio di donna libera, intelligente, con una chiara visione del mondo, alla ricerca della luce  e di quella “polvere d’oro” che ci circonda e di cui siamo anche fatti.

Dai suoi autoritratti appare bella, ma di una bellezza non ostentata, che fa intuire altra bellezza non accessibile a tutti, solo ad alcuni. Fu la prima donna ad essere accolta nell’agenzia fotografica  Magnum Photos (anche se dalla porta secondaria, come spesso accade a noi donne, purtroppo);  Arthur Miller si innamorò di lei e la sposò, dopo il matrimonio burrascoso con la meravigliosa Marylin Monroe. E Marylin è tra gli scatti della Morath, che la colse emotivamente nuda, malinconica e sensuale, sul set di uno dei suoi ultimi film.

Essere fotografati da una donna, sicuramente attiva meccanismi di difesa o di fiducia diversi. Nelle foto della Morath viene rappresentata una quotidianità dinamica, fatta di istanti in movimento, non solo fisico.

La fotografia di un giovane torero a torso nudo, impegnato nel rituale antichissimo della vestizione, coniuga fragilità ed erotismo. Mi pare di vedere gli occhi intensi  di Inge toccare delicatamente quel momento di riflessione intima del soggetto. La vera intimità è quella dello sguardo.

Guardando le sue foto, mi immagino Inge Morath avvolta nel mantello dell’invisibilità di Harry Potter. C’è completamente, eppure ciò che osserviamo è un momento di autentica “nudità” del soggetto fotografato.

Di lei, Arthur Miller dice “il suo tocco di eterno può essere intravisto in molte delle sue fotografie, dove i soggetti sembrano essere in uno spazio sospeso, immobili, in attesa…

Nell’idea di confine essa sembrava aver trovato la complessità della propria esistenza. Il confine è la fine di qualcosa ma anche l’inizio, la fuga e l’ingresso, il desiderio di dimenticare e la necessità di ricordare… essa visse la sua vita interiore su un confine, che non aveva divisione netta tra luce ed oscurità, ma a cavalcioni di un sentiero incerto attraverso varie scale di grigio. Era un territorio spirituale più che fisico, e la sua delicatezza, il suo tocco di eterno può essere intravisto in molte delle sue fotografie, dove i soggetti sembrano essere in uno spazio sospeso, immobili, in attesa…”

Ci ha accompagnati nella visita alla “casa” di Inge Morath un uomo speciale,  Marco Minuz, critico d’arte e curatore della mostra curioso, delicato, colto, sfrontatamente timido, intelligente e ironico. Al termine della visita gli ho fatto alcune domande. Me ne sono rimaste ancora molte, sospese nell’aria… Ci incontreremo ancora, per chiacchierare di arte, umanesimo e umanità.

La mostra è da vedere. Ditemi qual è la vostra fotografia preferita. Io la mia ce l’ho: è quella dei pescatori di Venezia, intenti a lavorare su una barca dove la luce attraversa le reti creando una magia di trame come un pizzo antico. Ma le foto belle sono tante.

Ed ecco qui sotto l’intervista. Buona visione!

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